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L'isola che i pirati non lasciavano in pace

Lanzarote · 3 min di lettura

L'isola che i pirati non lasciavano in pace

Per trecento anni, vedere vele all'orizzonte era la peggiore notizia possibile. Lanzarote — prima tappa tra Europa, Africa e America — fu l'isola canaria più colpita da pirati e corsari: berberi di Algeri, inglesi, francesi. Nel 1586 il corsaro Morato Arráez saccheggiò Teguise con tale violenza che una via si chiama, da allora, Callejón de la Sangre (Vicolo del Sangue). Nel 1618, una flotta algerina sbarcò migliaia di uomini; la popolazione si nascose nella Cueva de los Verdes, e circa mille isolani finirono venduti come schiavi nel nord Africa. Di quella paura restano i castelli che oggi fotografi — e un museo della pirateria in cima a Teguise. Questa è la storia completa.

La geografia che oggi è la fortuna di Lanzarote fu per secoli la sua disgrazia. L'isola era la prima terra canaria sulla rotta da Europa e Mediterraneo, la più vicina alla costa berbera, e la peggio difesa: senza montagne dove nascondersi, con pozzi e saline visibili dal mare, e con qualcosa che nei mercati degli schiavi del nord Africa si pagava caro — la gente. Tra il XVI e il XVIII secolo, ogni generazione di lanzaroteños visse almeno un grande attacco. Le cronache ne registrano decine.

Due date fanno più male delle altre. La prima, il 1586: il corsaro berbero Morato Arráez sbarcò con centinaia di uomini, prese la capitale — Teguise — e la sottopose a un saccheggio brutale. La tradizione colloca in un vicoletto accanto alla chiesa il massacro dei residenti che non riuscirono a fuggire: da allora si chiama Callejón de la Sangre, e il nome resta sulla targa, perché non venga dimenticato. La seconda, maggio 1618: la più grande invasione piratesca della storia delle Canarie. Una flotta algerina di decine di navi e migliaia di uomini sbarcò sull'isola con tempo e metodo. La popolazione corse al suo rifugio segreto di sempre: la Cueva de los Verdes, il tunnel vulcanico le cui gallerie potevano nascondere centinaia di persone con i loro animali. Questa volta non bastò. Gli assalitori bloccarono gli ingressi e, dopo giorni di assedio, circa un migliaio di isolani — su un'isola che contava appena poche migliaia di abitanti — furono imbarcati e venduti nei mercati di schiavi di Algeri. Per anni, le famiglie e gli ordini religiosi pagarono riscatti per riportare indietro i prigionieri, uno alla volta.

L'isola rispose come poté: in pietra. Sul vulcano di Guanapay, sorvegliando tutte le strade di Teguise, fu rafforzato il castello di Santa Bárbara; nel porto di Arrecife, il castello di San Gabriel proteggeva l'ancoraggio, e più tardi San José completò la difesa. Le torri facevano segnali di fumo non appena spuntavano vele sospette, e gli abitanti provavano la fuga come oggi si prova un'esercitazione antincendio. Perfino l'urbanistica obbedì alla paura: la capitale era nell'entroterra proprio per guadagnare ore di preavviso, e molte case nascondevano la ricchezza dietro facciate austere.

Oggi quell'incubo è patrimonio. Il castello di Santa Bárbara ospita — con tutta la logica del mondo — il Museo della Pirateria; San Gabriel ora veglia sui passanti del ponte delle Bolas; e la Cueva de los Verdes racconta ai suoi visitatori che, prima di essere un'attrazione geologica, fu il nascondiglio che salvò migliaia di vite. Quando camminerai per Teguise una domenica di mercatino, entra nel Callejón de la Sangre e resta dieci secondi in silenzio. Quest'isola gentile ha pagato caro, per secoli, la bellezza di trovarsi in mezzo a tutte le rotte.

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